Ognuno ha il suo modo di esprimersi. Personalmente non ho né la competenza né la pazienza per realizzare un merletto per una bordura di una tovaglia. Non ci riuscirò mai, e ammiro chi lo fa, da sola o in gruppo. Io Ho trovato il mio modo di esprimermi in lavori di piccole dimensioni, anche se a volte lunghi da realizzare, Io amo disegnare, e ho scelto di farlo con i fili, perché è il modo che più mi si addice.

Thessy Schoenholzer Nichols

Thessy Schoenholzer Nichols

Reliquiario delle vezzosità
PROGETTO 2017

BIOGRAFIA
INTERVISTA

Intervista

Sig.ra Schoenholzer, può parlarci della sua ricerca in generale e più nello specifico dei progetti di cui si è occupata negli ultimi due anni?

Per anni la mia ricerca e il mio lavoro artistico coi fuselli, ha avuto come punto di partenza la microscopia, l’ingrandimento per rendere visibile l’invisibile. Parallelamente insegnavo al Polimoda1, e finanziavo la mia arte anche con altri lavori. Sviluppare i progetti con i ragazzi mi ha sempre spinta a lavorare anche per me stessa. Poi, un anno fa, la mia ricerca ha preso un’altra direzione. Sono tornata in Svizzera per lavorare a un progetto della durata di due anni al Museo Tessile di San Gallo2. Il mio lavoro consiste nello studiare merletti antichi e il loro sviluppo storico artistico. Al termine del progetto, l’anno prossimo, ci sarà una grande mostra dei merletti dal ‘500 al fine ‘700, accompagnata da un catalogo. La cosa è estremamente importante perché ho la possibilità di studiare guardare e confrontare centinaia di merletti di un periodo e di un luogo, ho fra le mani merletti che mostrano una storia più approfondita, che permettono di conoscere meglio chi li ha disegnati e realizzati e di procedere a un vero e proprio studio contrastivo. E poi si tratta indubbiamente di una grande opportunità, perché è la prima volta in assoluto che un museo si azzarda ad assumere e pagare una persona per non fare altro che studiare merletti. Non uno studente o stagista che si limita a prendere misure ecc, ma uno studioso che lo fa di professione e che ha dedicato a questa disciplina la sua intera vita. Diciamo pure che questo è l’apice della mia ricerca nel settore di merletti.
Nel corso degli anni ho anche scritto molto, sia pubblicazioni di tipo accademico che divulgativo e giornalistico. Il mio obiettivo, infatti, è quello di promuovere e far conoscere il merletto e il lavoro della donna attraverso tempi e luoghi, chi lo ha disegnato e realizzato. Tuttavia dopo aver scritto tanto con le parole, ora vorrei scrivere con i fili. Mi sono accorta che un conto è studiare e scrivere di merletto, un altro è farlo e trovarsi di fronte alle stesse problematiche di chi lo ha sviluppato. Non solo è interessante, ma è anche un passo da gigante nell’organizzazione di un lavoro continuo di studio e di arte. Invece di scrivere, ora lo faccio. Quindi sto preparando, per Cantù 2017, un’opera che testimonia un anno di studio a San Gallo e che racconta la storia visiva dei merletti legati fra loro coi fili che li hanno creati.

La sua ricerca l’ha anche sempre portata in giro per il mondo, vero?
È così. I miei studi non solo sui merletti, ma anche sul costume, sul tessile e sul ricamo, mi hanno dato modo di collaborare un po’ con tutti i musei più importanti: ho cominciato in America col Metropolitan3, poi il Museum of the City of New York4 e il FIT5. Sono poi venuta in Italia, a Palazzo Pitti6,, Palazzo Davanzati a Firenze, Museo di Gandino in Lombardia ecc. E poi Museo Tessile di San Gallo. Presso tutti questi musei ho studiato e confrontato merletti e costumi.

Quali sono le differenze che ha riscontrato lavorando in così tanti luoghi diversi?
Beh, innanzitutto ci sono differenze notevoli nello sviluppo del merletto. La Svizzera come altri paesi, non ha mai sviluppato una sua tecnica, ma ha approfittato nelle varie epoche di quelle importate dall’estero. A fare da traino storicamente erano Italia, Francia e Paesi Bassi; le altre nazioni si sono sempre più o meno adeguate. C’è poi una grande differenza che caratterizza il Mediterraneo e l’Italia in particolare, ossia la predilezione per una tecnica semplice ma efficace, facile da eseguire e che garantisca il massimo della bellezza. Il merletto italiano ha sempre adottato soluzioni funzionali al design, alla realizzazione di opere leggibili e allo stesso tempo di grande effetto, chiare e dal forte valore estetico. I Paesi del Nord privilegiano invece tecniche complesse, il che non è sempre positivo dal punto di vista del design, si tratta di manufatti affascinanti, realizzati con un filo molto più fine. Sto parlando del periodo fra il Cinquecento e il Seicento, prima cioè che la Francia prendesse il sopravvento e diventasse il modello che tutti, Italia compresa, imitavano.
Ciò che facciamo ancora oggi è il risultato di questo sviluppo, anche se naturalmente bisogna tenere conto di centinaia d’anni di contaminazioni, di scambi di merci e di disegni. Contaminazioni, affascinanti come la semplicità tecnica che mi ha lasciata senza parole quando sono venuta in Italia, così diversa dalla lavorazione complicata, cerebrale e chiusa del Nord.

E per quanto riguarda l’atteggiamento di musei e pubblico nei confronti dell’arte nota differenze?
Sì. Ad esempio, il Museo Tessile di San Gallo ha investito tanto, anche economicamente, nello studio del merletto, addirittura rendendo accessibili sul suo sito7. Eppure è un approccio che paga, perché sia il pubblico generale che artisti e storici, hanno la possibilità di vedere online quello che di più bello offre il museo. Una mostra è diversa, ciò che fa la differenza è il modo in cui si propongono i pezzi. La gente si interessa di tutto, e non ritiene il merletto qualcosa “da nonne” a priori. Dipende tutto da come si presentano gli oggetti – questo vale per tutto, dai merletti ai costumi passando per i ricami. Se si propone un merletto come un vecchio straccio, il pubblico non riuscirà ad apprezzarlo ne a coglierne il valore e nemmeno capire il suo fascino nel passato, perché sconnesso alla sua funzione. Bisogna invece raccontare una storia, coinvolgere lo spettatore. Un buon curatore deve entrare in contatto e tenere conto anche del pubblico. Se una mostra è ben organizzata e soprattutto ben pensata, la gente viene a visitarla. Un caso emblematico è quello della StGall8, tenutasi sei o sette anni fa sempre presso il Museo Tessile di San Gallo: in quell’occasione si scelse di raccontare una storia attraverso una quantità enorme di merletti anche messi uno sopra l’altro. Era un modo nuovo di presentare il merletto, il materiale e i vari colori di bianco, écru e beige e fu un successone, capace di attirare migliaia e migliaia di visitatori.

Quale prospettiva vede per i musei italiani?
Il problema più grande di tutti musei oggi è la mancanza di fondi, e per questo spesso non possono valorizzare abbastanza i loro oggetti. Si possono però sempre esporre pezzi di valore, come ad esempio dei merletti antichi, ma se non si forniscono le giuste coordinate, la gente non può fare i collegamenti, non vede quello che c’è dietro e perde interesse; così anche il più raffinato bordo di pizzo rimane un semplice pezzo di tessuto trasparente con dei disegni. Forse ora i nuovi curatori, che hanno un tipo di formazione diverso, cominciano ad avere un nuovo orientamento. Ciò che serve oggi come ieri è una grande fantasia, unita a un’accurata preparazione, da realizzare in collaborazione con designer, architetti e studiosi vari. Una mostra ben riuscita non è frutto di un’idea estemporanea, ma è il risultato di lunghe discussioni fra esperti. È proprio questo il nostro compito di storici: studiare e confrontare oggetti per trovare un po’ più di verità sulla collocazione storico-geografica e sulla tecnica con cui è realizzato un pezzo, per poter dire qualcosa di più sulla storia che c’è dietro.

Pensa quindi che sia una buona idea quella di rinnovare la tradizione o pensa che innovazione e tradizione debbano rimanere due cose distinte?
Tutte e due le cose. Mantenere viva la tradizione è sicuramente importante e oserei dire anche doveroso. È giusto che i giovani conoscano ciò che contraddistingue la loro città, dal pane tradizionale al merletto a fuselli. Magari poi decideranno di non farlo più, ma è giusto che lo conoscano un po’, perché si tratta di qualcosa che fa parte del luogo stesso e della loro identità. E questa è la tradizione pura.
Poi si può riprendere qualcosa del passato e portarlo nel presente. Ad esempio, al momento in Italia c’è un grande revival del ricamo, un po’ meno del merletto a fuselli perché si tratta di una tecnica complessa, anche se questo contribuisce a renderla così misteriosa e affascinante.
E poi c’è l’arte. L’arte fatta con il merletto, è un fenomeno relativamente recente, che ha un’ottantina d’anni. Poi ce il design di merletti, che è un’altra cosa ancora. Come vede, attorno a una tradizione come quella del merletto coesistono numerosissimi campi paralleli, che non sono uguali e non devono esserlo. Lo stesso dicasi per il ricamo: c’è il ricamo tradizionale, il ricamo artistico, il ricamo d’alta moda ecc, ma ognuno fa per sé.
A ognuno il suo, insomma.
Ognuno ha il suo modo di esprimersi. Personalmente non ho né la competenza né la pazienza per realizzare un merletto per una bordura di una tovaglia. Non ci riuscirò mai, e ammiro chi lo fa, da sola o in gruppo. Io Ho trovato il mio modo di esprimermi in lavori di piccole dimensioni, anche se a volte lunghi da realizzare, Io amo disegnare, e ho scelto di farlo con i fili, perché è il modo che più mi si addice.

Lei da anni collabora con il Comitato per la Promozione del Merletto e quest’anno esporrà alcuni suoi lavori alla Biennale. Qual è il motivo che la spinge?
Può sembrare banale, ma io nutro una grandissima ammirazione per la Presidente, Renata Casartelli. Trovo che sia una persona eccezionale e io ho il massimo rispetto per lei e per quello che fa, per quello che tutto il Comitato fa. Questo mi dà la carica, mi fa sentire la voglia di partecipare. La ricerca di un contatto, il tentativo di cambiare le cose e di invogliare la gente da parte del Comitato vanno poi premiati. Per quanto mi riguarda, partecipare alla Biennale, che sia come storica, come espositrice o come artista, è un dovere e un onore. È forse una spiegazione un po’ sentimentale, ma io ci credo veramente. E poi negli anni ho visto organizzare moltissime iniziative che poi sono finite nel nulla. Il Comitato, invece, dopo tutti questi anni è ancora qui e offre una possibilità di scambio alla gente. Proprio in quest’ottica sarebbe bello organizzare una tavola rotonda con le merlettaie delle varie zone della Lombardia o proporre loro un’intervista come questa.