Il Merletto è una sorta di mandala occidentale e femminile…  attraverso il merletto si può fare una rivoluzione.

Anna Gili

Anna Gili

Magic Deer
PROGETTO 2017

BIOGRAFIA
INTERVISTA

In che direzione si muove la sua ricerca?
Innanzitutto bisogna dire che il mio approccio al design è molto particolare, tanto che io stessa mi definisco borderline. Questo perché fin da piccola nutro una grande passione per l’arte. In fondo io sono nata in Umbria, proprio di fronte al Duomo di Orvieto, dove l’arte, in particolare quella del Rinascimento, si respira, si assorbe in maniera osmotica. Quando poi sono approdata al design mi sono portata dietro questo bagaglio culturale importantissimo, che mi ha spinta, appena laureata alla Scuola di Design di Firenze1, a realizzare delle performances artistiche, fra cui un abito sonoro2, legato al mio interesse per la comunicazione non verbale e quindi per tutto il mondo naturale, gli animali in particolar modo. Fra le altre performances cito Painted persons, cioè Persone dipinte3, per la quale ho appunto esposto delle persone come pitture e sculture viventi, con un progetto di viso, di abito, di gioiello e di installazione nello spazio. Ora lei si chiederà cosa c’entri tutto questo con il design. C’entra perché il legame è dato dalle avanguardie del design. Io mi sono laureata a Firenze e sono venuta a Milano proprio nel momento in cui, negli anni Ottanta, l’avanguardia del design segnava una svolta radicale, il passaggio dal design funzionale, bello dal punto di vista formale, derivato in parte dal Bauhaus e in parte dal Surrealismo, a un design di carattere espressivo. A Milano esisteva di base una cultura del design del dopoguerra, con aziende leader molto importanti, ma iniziava anche una sorta di contestazione, un rifiuto del bel design milanese a favore di uno più vicino all’arte.

E per quanto riguarda invece i suoi progetti più recenti?
Negli ultimi due anni mi sono dedicata ai Paesi emergenti, in particolare Cina, Corea e Brasile, perché il design italiano in questo momento sta vivendo una profonda crisi di identità ed è quindi ormai una sorta di recinto, di nome, di brand incapace di vedere il nuovo. Allo stesso tempo, il mio lavoro è particolarmente apprezzato e riconosciuto in Asia, dove sono anche stata chiamata a insegnare e a tenere corsi e workshops nelle scuole, come la China Academy of Art di Hangzhou4, che è la più prestigiosa e quella che tiene i rapporti con l’Occidente. In Corea, poi, ho tenuto una mostra antologica nel museo ufficiale della città di Seul5. Sono anche stata in Brasile come ambasciatrice del design italiano, perché sono un’amante della cultura latina, alla quale il mio design è molto legato, anche in virtù del mio interesse per il colore e la ricerca su di esso.

Trova molto diverso lavorare all’estero o in Italia?
Sicuramente c’è una grossa differenza. Io personalmente trovo molto più semplice relazionarmi ed essere compresa all’estero che non in Italia – e quando parlo di Italia mi riferisco soprattutto a Milano. Milano è una città che io ho sempre amato, fin da bambina. Eppure, anche se ormai vivo e lavoro qui da anni, le sono del tutto aliena. All’estero, invece, ho sempre avuto una certa facilità di relazione, forse anche perché sono stata introdotta da persone del luogo, ma che avevano lavorato qui, nel mio studio a Milano. Con queste persone si è instaurata una relazione prima qui e poi a volte, non sempre, questa relazione si è estesa anche nei loro Paesi. È una sorta di amore, di relazione basata su interessi comuni. Le differenze, certo, non mancano, anche se è difficile stabilire esattamente quali siano, perché l’Italia la conosco molto bene, è il mio territorio, di cui vedo pregi e difetti. All’estero invece si tende a vivere una situazione idilliaca, in cui si vedono i pregi ma non i difetti, spinti dall’interesse verso il nuovo. C’è da dire, poi, che in Oriente soprattutto c’è una grandissima curiosità nei confronti dell’Occidente e del design milanese, ma loro sono in grado di apprezzare, proprio per una questione culturale, la mia attitudine alla rappresentazione simbolica, che qui in Italia non è particolarmente amata. Questa predisposizione orientale sicuramente facilita i contatti.

Cosa pensa del rapporto fra innovazione e tradizione nel mondo di oggi?
Sono due mondi completamente distinti. La tradizione è sicurezza, è legata a ciò che è sempre stato fatto e per cui non ci si domanda neppure più perché debba essere fatto così. Ha a che fare con qualcosa di acquisito, che si riproduce in una determinata maniera perché è così che funziona. L’innovazione, al contrario, presuppone incertezza, perché per innovare bisogna cercare qualcosa che non esiste, che non è ancora stato fatto, con tutti i rischi del caso. Ciò che è davvero interessante è mettere assieme queste due parole, creando un nuovo paradigma che io credo valga davvero la pena affrontare e su cui credo sia il caso di lavorare. L’esperienza, infatti, ci ha dimostrato che se l’innovazione non è basata sulla tradizione e sulla memoria è un salto nel buio, incapace di produrre gli opportuni cambiamenti, o comunque di renderli duraturi nel tempo. Prendiamo il caso delle avanguardie: le avanguardie in quanto tali cavalcano in genere un decennio, non di più, perché fungono da spaccatura con l’esistente, ma poi bisogna ricucire le fila tra il passato e il nuovo per creare qualcosa d’altro. Non si può spezzare il legame con tutto quello che c’è stato prima.

In quest’ottica di commistione fra innovazione e tradizione crede che l’artigianato esista ancora e possa dare possibilità di sopravvivenza ai giovani?
L’artigianato in Italia è ancora molto forte. Il made in Italy deriva dal saper fare, dal fatto a mano, per cui non si può non tenere conto dell’artigianato, che riveste ancora un ruolo fondamentale nella produzione di un oggetto, perché se non altro è necessaria l’eccellenza del fatto a mano che gli italiani sicuramente hanno. Questo continua a valere anche nel momento della produzione industriale, che è sempre una produzione industriale fra virgolette, perché la nostra è una produzione di carattere artistico, lontana dall’essere totalmente controllata dalle macchine.

Lei è quindi piuttosto ottimista sulle sorti dell’artigianato nel nostro Paese?
Sono molto ottimista, perché anche se negli Anni Settanta è stato fatto il grandissimo errore di decidere di eliminare la produzione artigianale a favore delle grandi industrie (che poi in moltissimi casi hanno rovinato il territorio), l’artigianato non è scomparso, ma anche nelle situazioni più difficili è rimasto sempre latente e non è mai finito. Questo significa che si tratta di una cultura molto forte, impossibile da sradicare. E questo è un bene, perché perdere le proprie radici significa di fatto segnare la propria fine: si fa tabula rasa, e poi? Al contrario, bisogna casomai investire sull’artigianato.

Crede che i giovani lo abbiano capito?
Bisogna vedere se qualcuno glielo ha saputo spiegare. I giovani oggi mi sembrano un po’ alla disperazione e quindi non so cosa possano capire. Molti fuggono dall’Italia perché qui hanno a che fare con un Paese che non sa dar loro delle risorse. Il problema non sono i giovani, ma lo stato di anarchia che regna in Italia a tutti i livelli e che crea problemi a tutti, ai giovani e ai meno giovani.

Quindi è possibile che un bravo giovane artigiano italiano trovi più stimoli all’estero che non nella patria del made in Italy?
Sì, all’estero può trovare più stimoli perché lì si approccia il lavoro secondo una modalità più moderna. Certo, non si trova la stessa qualità che c’è qui, ma ci sono spiragli aperti per costruire il proprio lavoro di artigiano, di designer, di artista in maniera più ragionata. All’estero esistono realtà più avanzate, come il coworking e il Fab lab, vere e proprie culle di germinazione per le idee di giovani che iniziano ad accostarsi al lavoro in maniera diversa che non nel laboratorio di falegnameria del padre, dove si ripetono sempre le stesse cose. In un mondo globalizzato come il nostro anche gli approcci devono cambiare.

Cosa pensa dell’etica professionale?
L’etica è personale e molto importante, perché parlare di etica significa tirare le fila della propria anima, in un rapporto profondo non tanto legato a come viene eseguito il lavoro, ma al tipo di relazione con le generazioni future e con quello che capiranno di noi. L’etica della persona stabilisce anche quello che sarà il domani.

Lei quest’anno parteciperà con un progetto inedito alla sezione Merletti e Design della 13a Biennale Internazionale del Merletto. Cosa l’ha spinta a collaborare?
Beh, innanzitutto si tratta di una tradizione supercentenaria, da sempre legata e anzi direttamente derivata dall’arte. E poi, al di là della qualità e dell’abilità richiesta per realizzare un manufatto, è un’attività che è sempre stata fatta da donne. È una sorta di mandala occidentale e femminile, quindi come dire di no? Senza contare che attraverso il merletto si può fare una rivoluzione.

L’innovazione passa anche da qui?
L’innovazione passa dal modo di approcciare il lavoro. Noi italiani vantiamo una qualità altissima sia del singolo manufatto che della rappresentazione, per cui non è lì che avviene l’innovazione, lì bisogna mantenere alto il livello. L’innovazione passa attraverso la maniera in cui si realizza questo lavoro, in cui ci si relaziona con esso e in cui si coinvolgono altre entità per portarlo a termine, ma anche a quella in cui si impostano le scuole. Poi naturalmente dipende dagli interessi e dagli obiettivi che si hanno in mente.